Progetto di adeguamento alle norme di prevenzione incendi, miglioramento sismico e nuovo impianto di condizionamento della sede universitaria di Ca’ Bembo, sita in Venezia, Dorsoduro 1075.

RELAZIONE STORICA

La stuttura robusta di questo palazzo presenta i caratteri di solidità tipici della metà del Cinquecento, mentre la facciata, con l’andamento ritmico e proporzionato delle aperture, raccoglie l’eredità quattrocentesca secondo uno schema che supponeva la presenza di affreschi, oggi perduti, tra le finestre dei piani ammezzato e nobile, di cui si parlerà in seguito.

 

Al centro della facciata, in asse con l’androne che si apre al pian terreno, si erge un importante portale con i pilastri e l’arco realizzati a conci bugnati. Il disegno è di matrice Sangallesca e richiama in modo sorprendente quello adottato da Jacopo Sansovino per le arcate delle Fabbriche Nuove di Rialto. Al piano nobile, sopra al portale, vi è un balcone su cui si apre la quadrifora del “portego”. 

 

Il disegno del Visentini ci fa vedere la distribuzione degli ambienti in pianta così come doveva essere nel suo assetto iniziale. La tipologia è quella del palazzo Veneziano tipico del ‘500, dove la planimetria è tripartita con grande salone al centro e vani nelle fasce laterali. La scala si trova nel vano centrale della fascia destra.

 

 

Il tipo a Palazzo Veneziano presentava inoltre le seguenti caratteristiche:

 

- Volume compatto di forma pressoché cubica

 

- Sviluppo su tre piani. Il piano terreno, di altezza ridotta, conteneva le stanze di servizio; il piano nobile, di altezza maggiore, ospitava la residenza con il salone centrale; il piano sottotetto, più basso, era destinato a granaio.

 

- Almeno un elemento connotante al centro del fronte principale, quale un loggiato, una serliana o una trifora, attorno al quale erano simmetricamente disposte le forature.

 

- Copertura generalmente a quattro falde.

 

 

 

I Barbarigo e il rinnovo Sansoviniano

 

Le prime fonti in nostro possesso attribuiscono il palazzo come proprietà della famiglia Barbarigo . 

Lo stemma della casata è presente nella vera da pozzo in giardino, scolpita nell’ultimo quarto del secolo XV. L’interesse in merito a questo palazzo è stato associato alla figura di Agostino Barbarigo, nobile veneziano, Procuratore di San Marco ed eroe nel 1571 della battaglia di Lepanto. Egli aveva guidato l’assalto finale senza elmo, per essere meglio riconoscibile dai suoi uomini, e aveva così trovato la morte, trafitto al capo da una freccia nemica, entrando nella leggenda. 

 

 

 

 

Agostino Barbarigo decide di rinnovare la dimora familiare secondo modelli sansoviniani, presumibilmente alla fine del sesto decennio del Cinquecento, dopo il suo ritorno come inviato ambasciatore straordinario al re di Francia. 

Nel 1500 J. dè Barbari rappresenta con una vista prospettica a volo d’uccello l’intera città di Venezia; tra i palazzi è raffigurato anche quello della famiglia Barbarigo prima dell’intervento.

La tipologia architettonica dell’edificio gotico si presenta come un volume abbastanza compatto, di poca profondità, che si eleva per tre livelli: piano terreno, piano nobile, piano ammezzato superiore. La composizione è ordinata e simmetrica, con un’importante quadrifora centrale al piano nobile. È importante osservare che la facciata si dilata e quasi si fonde con i muri che chiudono gli scoperti laterali, formando un fronte pressoché continuo sulla fondamenta.

 

L’intervento del Sansovino si concentra su due aspetti: la ricerca di un’autonomia dell’edificio dal continuum costituito dall’edilizia circostante, e la costruzione di un’immagine moderna che concorra ad esaltare la percezione di questa casa “nuova” nello scenario urbano della contrada di San Trovaso. 

La prima di queste operazioni è perseguita scolpendo a spigolo vivo dei conci angolari di bugnato, anche se l’effetto oggi è parzialmente ridotto dalla costruzione di murature di cinta che coprono, in parte, gli spigoli alla vista. La renovatio della casa viene invece raggiunta improntando la facciata su un principio architettonico di matrice bramantesca, che aveva conosciuto anche in Veneto una certa fortuna. La nuova facciata riprende nella distribuzione delle finestre la composizione della “habitazione antica” ma ripartisce il corpo di fabbrica in tre distinti settori. Il primo settore è costituito dal pian terreno che viene ridotto al ruolo di basamento. Questo ha la funzione di elevare il piano nobile (secondo settore) dal suolo e di sostenerlo in modo tale che risulti esaltato nella sua dignità. Il terzo ed ultimo settore è costituito dal piano ammezzato superiore che chiude la composizione. Esso, con le sue piccole finestre e le cornici che lo delimitano, può essere inteso come una specie di robusta trabeazione che chiude in sommità il piano nobile.

È doveroso osservare come il rigore compositivo del basamento si rompa all’altezza dei modiglioni che reggono il balcone centrale della facciata. Con stupore essi sono, con tutta evidenza, di ordine corinzio e perciò incompatibili con la natura rustica del basamento. Non è difficile concludere che nella costruzione di questa “casa”, com’è avvenuto in altri cantieri sansoviniani, è intervenuta una crisi che ha coinvolto il modello predisposto da Jacopo. Il committente evidentemente ha ritenuto di non poter rinunciare alla presenza di un elemento caratteristico dell’architettura veneziana, e dell’architettura patrizia in particolare, qual è il balcone. E si è rivolto ad una bottega qualificata per comprare da essa una serie di modiglioni sontuosi e realizzare così, autonomamente, il suo programma.

Sia che si guardino Cà Corner o Cà Dolfin, per rimanere nell’ambito delle dimore patrizie, sia che si estenda l’esame alla Zecca o alle Fabbriche Nuove, possiamo esser certi che egli non avrebbe mai proposto la costruzione di un balcone sostenuto da modiglioni. E qualora egli avesse voluto dotare il piano nobile di finestre aperte fino al pavimento e quindi di affacci, egli avrebbe posato dei balaustri su una trabeazione architettonica che avrebbe concluso, in sommità, il basamento.

Dunque, se è corretta questa analisi, in una fase relativamente precoce del cantiere (presumibilmente al momento in cui va concludendosi il basamento) viene meno la delega a Jacopo Sansovino da parte del committente che ritiene di poter concludere l’opera senza rispettare il “modello” dell’architetto. Se vi fosse stata la presenza del Sansovino nello sviluppo dei lavori non sarebbe potuto capitare che delle colonne di ordine dorico posassero su modiglioni di ordine corinzio, così come non sarebbe certamente capitato che sui capitelli dorici scaricassero direttamente il loro peso degli archi, senza l’intermediazione di qualche forma di trabeazione contratta.

 

 

I perduti affreschi del Tintoretto

 

Di tali decorazioni, oggi totalmente perdute, venne incaricato il pittore Jacopo Tintoretto secondo la volontà del letterato Jacopo Marcello, la cui famiglia era probabilmente proprietaria del palazzo che, all’epoca, viene attestato come Cà Marcello. Le opere sono databili al 1577.

La testimonianza più importante ci viene dalla seicentesca Vita di Tintoretto, scritta da Carlo Ridolfi, il quale afferma che: Trà le opere à fresco ottiene gl’applausi primieri la facciata di casa Marcello a San Gervaso, detto San Trovaso, ove dipinse quattro favole di Ovidio: Di Giove e di Semele; di Apollo che scortica Marsia; dell’Aurora che prende congedo da Titone; e di Cibele coronata di torri sopra un carro tirato da Leoni. (Di queste ultime due si possiedono le incisioni di Silvestro Manaigo e Andrea Zucchi per Il Gran Teatro del Lovisa, s.l., 1720)

E continua: Di sopra fece un lungo fregio, inserito di corpi d’huomini e di donne ignude, così vivaci e freschi, che paion vivi; oltre ch’egli è il più curioso incatenamento di figure, che da Pittore inventar si potesse.

Anche A.M. Zanetti, nel 1771, dice del Tintoretto: la più bella opera ch’ei facesse in quel genere è nella facciata del Palazzo a SS. Gervasio e Protasio, ora abitato dalla Patrizia Famiglia Sangiantoffetti; ma di questi e degli altri affreschi esterni, egli aggiunge, non restano che miseri avanzi.

Il palazzo venne poi gravemente danneggiato da un furioso incendio il 22 gennaio 1763. Secondo il Tassini in questa circostanza Alvise Nani, che abitava di fronte, affacciatosi ad un verone del suo palazzo restò colpito da morte repentina.

 

 

La famiglia Foscarini

 

Alla fine del 1697 si registra il traslato del palazzo in favore dei figli di Michiel Foscarini . Il catastico della parrocchia di San Trovaso (n.13) dà conto dell’occupazione dei nuovi proprietari: “casa propria delli NN. HH. Lazaro e Alvise  Foscarini fu de Michiel procurator, da essi habitata” .

Di particolare interesse è un’incisione in cui l’edificio è contraddistinto con il nome di “Palazzo Foscarini a San Trovaso”. Essa fa parte di una serie di incisioni di Vincenzo Coronelli riguardanti i palazzi veneziani, edite nel 1710.

 

 

 

I Sangiantoffetti: l’acquisto dei lotti confinanti

 

Dopo breve tempo (1725) l’edificio fu acquistato dai ricchi Sangiantoffetti, cremonesi di origine ma iscritti al patriziato di Venezia nel 1649, che diedero il loro nome a tutta la fondamenta prospiciente il palazzo e tuttora denominata così.

L’impegno di questa famiglia per la città di Venezia fu di particolare importanza nel 1639 quando, in clima di rottura con i Turchi, il capostipite Gaspare si impegnò ad allestire a sue spese ben 10 vascelli e a donare alla Serenissima mille ducati l’anno per sette consecutivi. Sempre il suddetto offrì mille ducati per il finanziamento della guerra di Candia e, nel 1647, venne felicemente imitato dal nipote Carlo il quale depositò argento a favore della cittadinanza. 

Tali benemerenze fecero dei Sangiantoffetti i benvenuti nel patriziato veneziano.

I Sangiantoffetti non limitarono le loro mire immobiliari solo al palazzo dei Foscarini ma, nell’arco di otto anni, comprano l’insieme di proprietà che andavano da palazzo Bollani (oggi Liceo Marco Polo) alla calle dello Scaleter. Questo elemento si rivela fondamentale per comprendere il disegno dei mappali del catasto Napoleonico (1808-1810), all’epoca dei quali i Sangiantoffetti erano sicuramente ancora proprietari di tutti questi possedimenti, come ci ricordano i Sommarioni del Catasto Napoleonico ed anche le notifiche preliminari .

 

 

Come detto, Palazzo Foscarini passò ad essere proprietà dei Sangiantoffetti. Tale immobile è identificato come parte del Mappale 1453 che era composto da due case padronali, addossate tra loro, una con affaccio più prestigioso sulla fondamenta (palazzo Foscarini) e l’altra su un giardino (palazzo Molin, anche questo acquistato dai Sangiantoffetti l’anno prima di palazzo Foscarini). Non è dato sapere se il palazzo, o meglio i palazzi, avessero avuto questa distribuzione fin dal Cinquecento o se fosse stata costruita un’ala posteriore in tempi successivi . La parte posteriore era comunque già esistente nel 1661  e veniva data in affitto dai suoi proprietari dell’epoca: gli eredi del Doge Molin .

Dopo la loro nuova abitazione, nel 1730 i Sangiantoffetti comprano dal nobile Pietro Vitturi una casa posta sopra la fondamenta di San Trovaso, attaccata al suddetto palazzo, (mappale 14545), che all’epoca era caduta e ruinosa, per 2200 ducati . Si trattava di un immobile molto alto, collassato quasi interamente, provocando anche delle vittime. Dopo aver ottenuto l’intero sedime, i Sangiantoffetti provvedono a ricostruire totalmente la struttura, completata entro il 1740, opportunamente tenuta più bassa anche per dare maggior luce al loro palazzo, evitando così ulteriori problemi alle loro proprietà e ricavando parallelamente al suo interno numerose abitazioni date in affitto.

L’ultima tappa di questa campagna acquisti cade nel 1731, e servirà a delineare definitivamente il perimetro del giardino così come segnato al mappale 14544 del catasto Napoleonico e così come lo vediamo tutt’oggi.

Lorenzo Sangiantoffetti, dunque, si assicura da Giovan Francesco Barbarigo un’altra casa posta a San Trovaso composta da un edificio a due piani, dato in affitto “assieme a suoi magazzeni, caneve, corti, orti, et altri luochi a quelli annessi”, che confinava con il precedente stabile diroccato .

La posizione di quell’edificio era arretrata rispetto alla fondamenta e vi si accedeva tramite la calle dello scaleter, proprio alla fine del suo percorso . Qui vi era un piccolo slargo, come si nota ancora dal catasto napoleonico: lì vi doveva essere lo spazio per due porte, che conducevano a destra a dei magazzini e sulla sinistra ad un altro magazzino e caneva con corte, situati al piano terra. Il primo settore del lotto, ad immediato ridosso dell’ingresso della calle, era costruito, mentre alle sue spalle si ubicavano due orti di forma rettangolare allungata, paralleli tra loro e divisi da un setto di tavole. Entro il 1808-1810, epoca di redazione del catasto napoleonico, i due orti risultano inclusi nell’area del giardino e con essi anche la parte costruita a cui si accedeva dalla porta a sinistra della calle dello Scaleter. La parte costruita con ingresso a destra della calle risulta invece inglobata nell’edificio al mappale 14545 (ex palazzo Vitturi).

Con l’unificazione avvenuta grazie alle operazioni immobiliari dei Sangiantoffetti, lo spazio aperto retrostante a Palazzo Toffetti era finalmente diventato un giardino propriamente detto. In nessuno dei documenti però vengono dati elementi utili alla comprensione di come potesse articolarsi e di come fosse disposta quest’area.

 

 

I Bembo e il giardino nell’Ottocento

 

Nel 1832 il conte Vincenzo Sangiantoffetti, ormai residente a Milano e disinteressato a possedere il palazzo a Venezia e le proprietà familiari esistenti in città, vende in blocco diversi beni, compresa la residenza di famiglia a San Trovaso ad alcuni investitori immobiliari, Giuseppe Rossetti e i fratelli Santa Giustina, attratti non certo dal singolo fabbricato, se pur prestigioso, ma ad investimenti di carattere più globale .

 

L’interregno di questi investitori durerà circa sette anni, un lasso di tempo breve ma del tutto comprensibile visto lo scopo per cui era stato acquistato.

Nel 1839 il Rossetti rivende il palazzo, con gli altri beni già Toffetti presenti lungo il rio di San Trovaso, a Francesco Pietro Bembo fu Silvestro e alla moglie Lucrezia Grimani. È questa la fase in cui l’edificio prende il nome che lo individua ancor oggi. 

La proprietà viene definita come un “fabbricato ad uso di palazzo domenicale… marcato al civico 1157, con fondo ad uso di giardino avente pure ingresso in detta fondamenta, con porta separata marcata col numero stesso…” 

I nuovi proprietari vengono puntualmente indicati negli estratti relativi al Catasto Austriaco, dove, in corrispondenza dei mappali 1656 e 1657, si citano “Bembo nobile Francesco Pietro q. Silvestro e Grimani nobile Lucrezia q. Filippo coniugi”.

 

L’analisi della parallela mappa dà però conto di importanti novità: all’epoca infatti risulta demolita tutta la parte posteriore dell’edificio, probabilmente corrispondente ad uno di due palazzi, lasciando la corte interna, dove è tutt’oggi ubicato il pozzo con gli stemmi della casata Barbarigo, come parte lastricata aperta su tre lati. Una volta entrati nella fondamenta e percorso l’atrio, essa diventava così una sorta di ingresso al giardino, che poteva appropriarsi del nuovo vasto spazio lasciato libero dopo l’abbattimento del corpo di fabbrica .

 

 

Parallelamente, lungo il confine verso palazzo Bollani, veniva costruita una piccola struttura, probabilmente funzionale al giardino.

Quando sia stata abbattuta quest’ala si può solo supporre, dal momento che non vi sono documenti relativi a questo avvenimento.

 

A queste fasi è riconducibile un’altra fonte iconografica, la mappa della città disegnata nel 1846 dai fratelli Combatti, in cui è visibile il sedime del palazzo con il giardino annesso.

In essa l’edificio risulta avere una pianta a C, difforme dunque sia dal catasto napoleonico che da quello austriaco, tanto da far pensare ad un’imprecisione nella rappresentazione.

 

Il giardino posto alle sue spalle presenta un impianto geometrico, con due ampi percorsi perpendicolari tra loro che delimitano quattro spazi o grandi aiuole agli angoli.

Non è dato sapere se questa sia una rappresentazione fedele o solo immaginata dai disegnatori. Certo è che da una fonte posteriore, un’opera del Fontana sui palazzi veneziani, edita circa un ventennio dopo, nel 1865, si apprende che nell’area era stato creato un giardino all’inglese “con serra di piante esotiche a bel disegno architettonico, notabile per estensione fra i parecchi nostri giardini”.

La realizzazione di questa nuova zona verde si deve quasi certamente a Francesco Pietro Bembo (che all’epoca del Fontana ancora abitava nell’edificio con il figliastro Pier Luigi), che riconfigurò il precedente giardino secondo le nuove e più moderne linee progettuali del giardino “pittoresco”, andatesi diffondendo in città nella prima metà del XIX secolo.

La zona delle serre si trovava con tutta probabilità lungo il lato confinante con palazzo Bollani, là dove si trovano dei gradini ed una parte leggermente sopraelevata.

 

Dopo i Bembo

 

Dopo la morte di Francesco l’edificio passa al figliastro, e da lui poi alla figlia Lucrezia, andata in sposa al marchese Gabriele Dionisi, nobile veronese. Nelle carte della famiglia Dionisi, oggi conservate presso l’archivio di Stato di Verona, sono presenti alcuni documenti, purtroppo non numerosi, relativi ai beni dei Bembo. Da questi apprendiamo che il giardino continuava ad avere un’assidua manutenzione.

Da un’immagine fotografica del 1911 (volo da dirigibile) possiamo osservare il palazzo con il suo rigoglioso giardino. Vi sono degli spazi circolari (aiuole, vasche, fontane, voliere ?) di fronte all’ingresso e sul lato verso palazzo Bollani.

Ancora oggi sono presenti nel giardino esemplari di celtis australis, alberi spesso utilizzati nella parte a boschetto del giardino all’inglese . Li troviamo nella sezione di giardino rivolta verso San Trovaso, dove si articolava, appunto, una più fitta area “a bosco”, individuabile anche nella foto novecentesca. Nella restante area, verso palazzo Bollani, lo spazio si doveva presentare tendenzialmente più organizzato, con delle serre e questi spazi circolari, di cui non è possibile stabilire la funzione.